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Archive for febbraio 2011

“Più so, più so di non sapere”, pare abbia detto Socrate… Io, invece, più faccio più scopro che c’è da fare.

Fino a quando me ne resto chiuso nel guscio della mia immobilità esistenziale sembra che tutto sia più o meno a posto, ma non appena provo a fare un passo avanti mi si scopre un orizzonte montagnoso, composto di una miriade di potenziali relazioni, responsabilità, insicurezze, incombenze, paure, tutte quante in attesa lungo la strada come briganti.

Peggio che Achille quando non riesce a superare la tartaruga:  io mi sento piuttosto come la tartaruga, con le mie gambine che riescono a mantenere il caos al di sotto del punto critico grazie soltanto ad una teoria sbagliata, che prima o poi un matematico sveglio manderà all’aria. A quel punto, alla povera tartaruga non resterà che ritirarsi un’altra volta nel guscio, sperando solo che il Pie’ Veloce inciampi e batta la testa.

Fino ad allora, con la benedizione di Zenone, cerco di continuare a zampettare.

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Stupida coerenza

Ralph Waldo Emerson (1803 - 1882)

“Una stupida coerenza è l’ossessione di piccole menti, adorata da piccoli uomini politici e filosofi e teologi. Con la coerenza una grande anima non ha, semplicemente, nulla a che fare. Tanto varrebbe che si occupasse della sua ombra sul muro. Dite quello che pensate ora con parole dure, e dite domani quello che il domani penserà con parole altrettanto dure, per quanto ciò possa essere in contraddizione con qualunque cosa abbiate detto oggi.”

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Avere tutto :)

Steven Wright (n. 1955)

 

“Non puoi avere tutto. Dove lo metteresti?”

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In questi giorni sto rovistando fra vecchie cose scritte tanto tempo fa, e ho pensato di fare copia e incolla di un vecchio racconto un po’ plumbeo, nel caso in cui ci fosse qualcuno abbastanza autolesionista da volersi massacrare le palle in questa uggiosa ultima domenica di febbraio…

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Proprio sul confine

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Il giorno che gli Ulani a cavallo passarono i confini e scannarono la gente di Tzarnt con le lance e i pugnali, Jubal il falegname era a tre giorni di cavallo da lì, fra il Mos e la Darnia, e quando tornò indietro non trovò più né la casa né la moglie, ma solo cenere, macerie e quei soldati dagli occhi sottili che gridavano come zibellini in gabbia.

Jubal drizzò la iurta dove un tempo c’era stata la legnaia, attaccò il cavallo dove un tempo c’era stato il recinto delle oche e aspettò i soldati che venissero ad ammazzarlo.

Ma gli Ulani passavano davanti alla sua tenda senza vederlo, trascinando gli stivali lerci nel fango del disgelo. E quando anche l’ultimo di loro fu inghiottito dall’orizzonte occidentale, quello di Jubal rimase l’unico fuoco acceso in tutta la Piana del Kirghjin.

Di giorno lui e il cavallo restavano fermi a guardare il sole che rotolava in lontananza sulle rive della Darnia, e la notte dormivano l’uno accanto all’altro, come un bosso e un’acacia, aspettando i sogni per raccontarseli il mattino dopo.

Una mattina Jubal si svegliò, vide il cavallo coricato su un fianco e capì che i sogni di quella notte se li sarebbe tenuti dentro fino al giorno del Giudizio. Pianse per lui e lo seppellì poco lontano perché non lo venissero i lupi a sbranare.

Passato qualche tempo, sulla tomba del cavallo crebbe un frassino. Era alto come il campanile di San Pietro, con la corteccia umida che luccicava al sole, e a Jubal venne in mente che fosse un dio sceso sulla terra per dare un significato nuovo alla sua vita. Jubal il falegname rimase tutto il giorno a guardarlo, poi, a sera, credette di capire, e gli parlò.

Si scusò con il faggio per tutti gli alberi che aveva abbattuto, per tutte le radici che aveva divelto e per tutti i rami che aveva schiantato, per tutti i tronchi scortecciati, per le assi piallate, i ceppi spaccati, le travi inchiodate e i trucioli arsi nella stufa. E da quel giorno cominciò la penitenza.

Non accendeva più fuochi, neppure con legna secca, e passava il tempo avviluppato in pelli di cervo come un Inuit in attesa della lunga notte.

Ma ancora non era soddisfatto. Prese a vagare fra le rovine di Tzarnt per raccogliere il legno, schegge mezzo marcite e mezzo bruciate, e per ciascuna scavava una buca ai piedi del frassino e la seppelliva; poi, durante la notte, cantava preghiere per la salvezza delle loro anime vegetali.

Jubal era impazzito. Ma il frassino, ad ogni nuova scheggia sepolta, cresceva di una spanna.

 

Al principio dell’estate gli Ulani furono costretti a rimangiarsi ad una ad una le miglia conquistate. Jubal vide i carri dei feriti trascinarsi esangui fra le buche, mentre nel bosco oltre la collina si udiva il clangore delle sciabole dei Cosacchi che inchiodavano i nemici al suolo tra le foglie di uva ursina.

Alla fine della battaglia, i vincitori ricomposero le fila e si schierarono diretti oltre confine, ad Aj, per andare a scannare la gente di là con le spade e i pugnali.

Quando anche l’ultimo di loro fu inghiottito dall’orizzonte orientale, più nessun fuoco ardeva in tutta la piana del Kirghjin, ma le litanie notturne che Jubal cantava alle reliquie degli alberi risuonavano fin dove arrivava lo sguardo, e forse anche più in là.

 

Il giorno che i Cosacchi giunsero ad Aj, Arjia era in cantina, e quando furono passati e lei uscì dal nascondiglio, non trovò più la casa né sua madre, ma solo i morti, la cenere e gli escrementi dei cavalli.

Si riparò sotto una tenda, accese un fuoco e si sedette ad aspettare. Di giorno lei e la sua bambola restavano fermi a guardare il sole che rotolava in lontananza sulle rive della Darnia, e la notte dormivano l’uno accanto all’altro, come un’erica e un fungo, aspettando i sogni per raccontarseli il mattino dopo.

Finché una notte la bambola cadde sulle braci, e quando Arjia si svegliò non ne restavano che gli occhi di vetro fra la cenere, pieni di quegli ultimi sogni che lei non avrebbe saputo mai.

Qualche tempo dopo, accanto alla tenda di Arjia, nacque una grande betulla argentata; a lei sembrò un segno del Cielo perché era bionda come la sua bambola.

A quella betulla chiese perdono per tutte le creature che aveva ucciso, per i topi presi in trappola, le lucertole mutilate della coda, i passeri invischiati, le mosche schiacciate, i pipistrelli schiantati al muro, i rospi trafitti e le formiche arse con un tizzo.

Smise di mangiare la carne seccata, e cominciò ad andare in giro tutto il giorno alla ricerca di insetti stecchiti da seppellire ai piedi della betulla. Poi, la sera, sedeva a gambe incrociate al centro del suo cimitero, e raccontava una storia a tutti i piccoli morti perché potessero fare bei sogni.

Arjia era impazzita. Ma la betulla, ad ogni nuova sepoltura, cresceva di una spanna.

 

Una mattina Jubal, guardando il cielo tingersi di rosa a levante, notò per la prima volta, lontano lontano, una grande piuma argentata.

Poteva essere un altro dio albero? chiese al frassino.

Il frassino si piegò leggermente verso est.

E Jubal si incamminò per la strada con gli occhi fissi sulla cima della betulla di Aj.

Lo stesso giorno Arjia, guardando ad occidente, verso Tzarnt, vide la cima di un albero, scuro e forte come la penna di un’astore.

Forse era una segno che là c’erano piccoli morti da seppellire? chiese alla betulla.

La betulla si inchinò leggermente verso ovest.

Così Arjia si mise in viaggio verso il confine, scalza e leggera come un alito di vento, per andare a vedere quell’albero miracoloso.

Camminò per tutto il giorno, finché a sera, in bilico sul profilo dell’orizzonte, vide un uomo che avanzava verso di lei. Era magro, vestito di pelli e sulla sua testa scarmigliata i capelli le parvero le fronde del frassino.

Anche Jubal vide Arjia, piccola e trasparente come un’effimera; attorno al suo capo una baruffa di capelli biondi luccicava come foglie di betulla.

Continuarono a camminare l’uno verso l’altra, e quando furono di fronte si riconobbero fra loro, impazziti custodi di anime neglette, mentre il sole affondava nel ventre della terra fiorita trascinandosi dietro un fondale purpureo e scoprendo ad una ad una ogni stella del cielo. Jubal tese una mano, e Arjia la strinse fra le sue.

All’alba del giorno dopo gli Ulani e i Cosacchi si riunirono in forze al di qua e al di là del confine per rovesciarsi gli uni contro gli altri con la furia delle rapide del Mos. Le colline ad ovest e i margini delle foreste a oriente erano copertii di uomini e cavalli, e il riverbero del sole sulle punte delle lance e sulle sciabole sguainate faceva luccicare quella moltitudine come un diadema di ametiste. Ma quando gli zoccoli tuonarono sulla crepe della Piana del Kirghjin e i due eserciti furono di fronte, all’improvviso si trovarono di mezzo quei due alberi con i rami intrecciati, alti fino al cielo, come emersi dalla terra in quell’istante.

I cavalli si impennarono, nitrirono e scalciarono, e i cavalieri disarcionati fuggirono a piedi abbandonando le armi sul terreno.

La cosa si riseppe, e la gente corse per vedere gli alberi miracolosi, ma non si trovò altro che un vecchio vestito di pelli e una ragazzina scalza. Erano abbracciati l’uno all’altra nel mezzo della Piana del Kirghjin – proprio sul confine – e i loro occhi spalancati parevano lo scrigno di tutto l’orrore del mondo.

*  *  *

Quando la guerra finì, i coloni che andarono a ricostruire Tzarnt trovarono uno splendido bosco di frassini dove una volta c’era la casa del falegname.

E ad Aj, per tutto l’autunno, si videro volare dappetutto farfalle bellissime dalle ali argentate che neppure i più vecchi ricordavano di avere mai visto prima.

 

(Saint Christophe, settembre 2001)

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Felicità al vento

Henrik Ibsen (1828 – 1906)

“Ho lanciato l’ultima felicità al vento per una vista più alta sulle cose.”

 

 

 

 

 

 

 

Non so esattamente cosa significhi, ma suona bene e forse racchiude un senso che un giorno o l’altro capirò…

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Progresso?

Bertrand Russell (1872 - 1970)

“La vita, ci dicono, si è sviluppata per gradi dal protozoo al filosofo, e questo sviluppo, ci assicurano, è senza dubbio un progresso. Purtroppo, questo ce lo assicura il filosofo, non il protozoo.”

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Teoria e pratica

Albert Einstein (1879 - 1955)

“La teoria è quando si sa tutto ma non funziona niente. La pratica è quando funziona tutto ma non si sa il perché. In ogni caso si finisce sempre con il coniugare la teoria con la pratica: non funziona niente e non si sa il perché.”

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