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Archive for the ‘pensieri sparsi’ Category

Buonnatale

Che diavolo sta succedendo, laggiù?” disse Grande Entità Qxproarr, indicando con un lungo ectomorfio un punto vago sull’ologramma galattico.

Laggiù? Dove, di preciso, Vostra Entità?” chiese subito Emisferion Ghkl, agitando in lungo e in largo le occhiute antenne verdoline davanti alla nicchia tridimensionale che ospitava l’ologramma.

Qui, qui! Sei cieco, Ghkl?” ribattè Grande Entità Qxproarr, muovendo l’ectomorfio avanti e indietro, come se volesse pungolare una nana gialla appena visibile in mezzo a tutte le altre.

Intendete… nel Solare, mio Signore?”

Eh, certo, nel Solare: che cosa ti sembra, questo, il Centauriano?”

Oh, no, Signore, è senza dubbio il Solare…”

E cosa sarebbe questo casino?”

Quale… casino, mio Signore?”

Ma come! Qui, sul terzo pianeta, non lo vedi? Tutto questo… fervore!”

Ah… sì!” disse Emisferion Ghkl, socchiudendo le novantotto palpebre in un’espressione di sollievo e scrollando leggermente il protocefalo.

Quella è Terra, Signore…”

E con ciò?” ribattè ancora Grande Entità Qxproarr. “Che accidenti stanno facendo?”

A quanto ne so, i Terrestri festeggiano il Natale, come ogni anno.”

E che cosa sarebbe, il nattale? Una specie di frattale?”

Un attimo solo, Signore, controllo immediatamente… Non vorrei dirVi una cosa una cosa per un’altra, ma mi pare tanto… ”

Emisferion Ghkl si collegò con il database del Distretto Via Lattea, assorbì il file organico relativo al sistema Solare e tornò, spostandosi sui celopodi, di fronte all’Ologramma.

Ebbene?”

Ebbene, Signore, il Natale è precisamente la celebrazione del Solstizio d’Inverno.”

E cioè?”

Secondo i loro primitivi cervelli, il fatto che il Sole smette di abbassarsi all’orizzonte e ritorna ad alzarsi. La fine della notte invernale… Il ritorno alla vita… Il solito culto del Sole, in definitiva: capite, Vostra Entità?”

Uhm… Capisco, certo. Quello che non capisco è come mai non siano ancora riusciti a rendersi conto che ciò è la conseguenza dell’inclinazione dell’asse terrestre!”

Lo sanno bene, Signore.”

E che in linea di massima questa inclinazione non cambierà per i prossimi milioni di anni…”

Sanno anche questo, Signore…”

E allora? Perché si sbattono a destra e a sinistra, sprecando risorse che neppure possiedono, per riempirsi di esonutrienti nocivi e facendo soffrire più del solito le specie cerebralmente meno evolute?”

Ecco… Beh…”

… e da quanto tempo vanno avanti così?”

Per quanto ne sappiamo, da migliaia e migliaia dei loro anni, Signore.”

Grande Entità Qxproarr tacque. Sembrava spiazzato: era evidente, dal fremito dei suoi pedipalpi, che stava riflettendo.

Se posso permettermi di suggerire un motivo, Grande Entità… Credo che essi celebrino l’avvento di un dio.”

Un dio? Intendi una di quelle creature immaginarie con cui le specie primitive cercano di farsi una ragione del perché piove, o perché ce l’hanno piccolo, o illudersi di incontrare dopo la morte la nonna che corre loro incontro con una crostata di mele lungo una spiaggia metafisica ricoperta di ciottoli d’argento?”

Sì: più precisamente, ecco… Questo qui sarebbe il figlio di una vergine ingravidata da uno spirito, per opera di un altro dio, detto Padre Amoroso, e mandato su Terra affinché si facesse massacrare su una croce di legno.”

“Molto amoroso, davvero, direi… E a che scopo, tutto ciò?”

“Perché rimediasse ad un errore commesso da questo Padre nella realizzazione del prototipo umano sessuato Adam & Eve, che si sarebbe nutrito per sbaglio di uno pseudocarpo molto comune, detto “mela”… Almeno, così è scritto qui, Signore: i dati non sono aggiornatissimi, però…”

Grande Entità Qxproarr mosse la bolla psicofonatoria come se volesse dire qualcosa, ma tacque, interdetto.

Emisferion Ghkl aggiunse:

Ce n’è, Signore, tutta una serie più o meno identica, di queste buffe storielle, che si perde nella notte dei tempi… Da un paio di millenni va di moda questo Jesus: pare che sia molto nazional-popolare. La faccenda del solstizio invernale sembra averli preoccupati molto, nel corso dei secoli, sapete…”

I pedipalpi di Grande Entità Qxproarr si abbassarono, quasi minacciosi, verso Emisferion Ghkl.

Mi stai prendendo in giro, Ghkl?”

Non oserei mai, Signore… “ rispose Emisferio, facendosi fluorescente in… beh, diciamo in viso.

Mi stai dicendo, dunque, che da sempre, ogni anno, i Terrestri si comportano in modo inconsulto, inventandosi una fraccata di palle per esorcizzare la fifa che di punto in bianco il Sole cominci a comportarsi in modo diverso da come sta facendo da miliardi dei loro anni?”

E’ esattamente quello che emerge dai dati in nostro possesso, Signore”.

E tu sai a cosa corrisponde questo colore giallo-sodio che contraddistingue Terra?” disse Grande Entità Qxproarr, accennando all’ologramma.

Era una domanda retorica, e Ghkl socchiuse gli occhi.

Naturalmente sì, Signore…”

E ti pare normale?”

No, non molto, Signore.”

E come lo spieghi?”

Ghkl si strinse nel cefalotorace:

Non saprei…”

Bene: prepariamo subito un rapporto. Sei pronto? Ti detto:

<< Suprema Essenza Galattica Waaxiiwooq (l’elevato numero di vocali presenti nel nome dell’Essenza Suprema testimoniava del suo grado elevato in seno al Consiglio Galattico), sulla base delle nostre osservazioni, che verranno comunicate in dettaglio eccetera eccetera, la specie Homo sapiens sapiens, attualmente sottoposta a regime di controllo X-22, deve essere riclassificata d’urgenza: questa Grande Entità Esecutiva ritiene che il grado di tecnomanipolazione al quale Homo sapiens ha recentemente attinto non si accordi con le Norme di Sicurezza del Protocollo Intergalattico, eccetera eccetera…

Questa Grande Entità delibera dunque, in virtù del potere che Le è concesso, che gli Umani siano privati, con effetto immediato, della tecnologia nucleare e subnucleare, non essendo il loro sviluppo psicologico consono ai rischi connessi con tali tecnologie, al fine di ridurre l’evidente probabilità di autodistruzione alla quale i Terrestri sembrano concretamente soggetti a causa della loro immaturità mentale.

Firmato: Grande Entità Qxproarr, in esplorazione astronavale esterna, missione p-10-y-3574.>>

Fatto?”

Fatto, Signore.”

Bene! Ora, presto: spedisci, e poi disattiva tutto!”

Emisferion Ghkl si mosse velocemente sui celopodi, sfiorò un paio di pannelli al plasma, ed un fascio di raggi protonici investì il pianeta Terra: in un istante, tutte le testate atomiche presenti negli arsenali vennero disattivate, e le centrali nucleari si spensero come candeline. Per molte ore mancò la corrente in molte città di tutti i continenti, mentre gli scienziati di tutto il mondo si ritrovarono impotenti nello sforzo inutile di capire che utilità avessero quei missili ripieni di una strana polvere inerte, nonché quelle enormi costruzioni da milioni di tonnellate di cemento. Ipotizzarono che fossero manufatti alieni, o che venissero dal futuro in conseguenza di un qualche salto spazio-temporale: tuttavia, chissà perché, decisero di non pensarci troppo, e di festeggiare il Natale, per quell’anno, a lume di candela.

Fu, a memoria d’uomo, il più bel Natale del mondo, perché la maggior parte delle televisioni e dei gadget elettronici rimasero spenti, e la gente ripescò dai cassetti e dagli armadi i mazzi di carte, le trottole di legno, la dama e le matite colorate, e tutti uscirono fuori a passeggiare scambiandosi baci e abbracci in quella dimensione così pacifica che ricordava tanto ai più anziani – stranamente – il tempo di guerra.

L’Ologramma Galattico sull’astronave non ebbe che un piccolo sussulto, mentre il pianeta Terra diventava, da giallo-sodio che era, di color verde-rame.

Oh. Così ci siamo,” disse Grande Entità Qxproarr, facendo oscillare i pedipalpi in un moto di soddisfazione.

Sì, Signore… “ rispose Emisferion Ghkl.

Dev’essersi trattato di un errore,” aggiunse ancora Grande Entità Qxproarr. “Ma ti assicuro, Ghkl, che farò in modo che quello scribacchino pasticcione che ha assegnato a Terra il colore giallo verrà mandato a scavare trizio solido dalle parti di Sirio, vedrai! Vedrai se non lo farò!”

E’ il minimo, Signore…” rispose ancora Ghkl, pensando con tristezza al destino di quel poveretto suo pari grado che in quel momento, inconsapevole, stava per essere trasferito alle miniere del Siriano.

Tzè… Ma ti rendi conto? Terra in giallo-sodio?” Emisferion Ghkl chiuse gli occhi, tutti e novantotto, e annuì. “Gente che conosce i quasar eppure continua comportarsi come quando immaginava che l’universo si riducesse al loro pianeta piatto con una scodella girata sopra, e… E li classificano come specie intelligente… Ah! Che idiozia!”

Per fortuna che ve ne siete accorti Voi, Grande Entità Qxproarr, Signore.”

Beh: è il nostro lavoro, no?” disse Qxproarr con noncuranza; ma si vedeva che era soddisfatto. “Coraggio, Ghkl: si parte per l’Anello Esterno!”

Ghkl sfiorò nuovamente i pannelli al plasma, e l’Astronave di Controllo “Hope XVII” vibrò leggermente prima di involarsi lungo un wormhole secondario alla volta della periferia più lontana della Galassia.

Nessuno sulla Terra l’aveva vista arrivare, e nessuno la vide ripartire: era troppo lontana. Soltanto uno studente di astronomia, messo di turno all’osservatorio di Monte Palomar durante le feste, annotò l’osservazione di un oggetto che classificò come “cometa atipica”, annotazione che cadde nel dimenticatoio pochi giorni dopo.

Come si dice, allora, Ghkl…? Buonnatale?” disse, ridendo, Grande Entità Qxproarr.

Buon Natale a voi, Signore… “ rispose Ghkl, mentre entrambi iniziavano a scomporsi in un flusso ordinato di tachioni risucchiati dal buco nero.

Poi, fu soltanto un minuscolo puntino di luce che scomparve fra le stelle, nella memorabile notte del ventiquattro dicembre 2013, data astrale 21-0463, in cui davvero, per la prima volta da che esisteva la Terra, era passato da quelle parti un vero salvatore.

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cedolare-secca

Stamattina viene da me un giovin signore e mi dice: “Salve, sono il suo nuovo padrone di casa”.

Ovviamente, ho percepito l’affitto lievitare come il tutù di una ballerina…

“Ho controllato la situazione, e devo dire che voi inquilini avete davvero troppe spese”.

?

“Noi opteremmo per la cedolare secca, che le consente di risparmiare sulle spese di registrazione e, soprattutto, tiene il costo dell’affitto bloccato almeno fino alla scadenza del contratto, fra otto anni: niente più aumenti ISTAT”.

Il significato di “cedolare secca” mi è chiaro quanto quello di “papè satan aleppe” ma, messa giù così, sembra una cosa buona.

“Ho già dato disdetta allo studio di amministrazione… Pagate una follia di spese condominiali per quattro conti e la manutenzione di una pompa: non ha senso“.

La mia mandibola a questo punto comincia a scendere sotto il proprio peso.

“A proposito di manutenzione, non transigo sulla revisione annuale delle caldaiette autonome: è un obbligo di legge, ed è essenziale per la sicurezza di tutti”.

Secondo me, questa cosa delle caldaiette è una di quelle che si inventano ogni tanto per trasferire un po’ di quattrini dalle tasche della gente a quelle di altra gente (e, di solito, io faccio parte del primo gruppo), ma è un obbligo di legge, è giusto: se proprio, si cambia la legge.

“Un’altra cosa, per la quale io voglio stare tranquillo, è lo sgombero della neve: come inquilini, avete il diritto di usufruire dell’alloggio e del parcheggio per il quale pagate un affitto, e quindi si darà l’appalto a qualcuno. Il costo previsto è piuttosto basso, le farò avere un preventivo più preciso entro breve”.

La mia mandibola ormai sfiora lo sterno; forse, mi cola anche un filo di bava da un angolo della bocca, mentre gli atroci fotogrammi di me con le vesciche alle mani che spalo neve, bestemmiando come un anarchico livornese del secolo scorso, sbiadiscono in lontananza.

“Naturalmente, dovremo ritoccare un po’ l’affitto verso l’alto, ma dai calcoli risulta che tra due anni lei avrà già cominciato a spendere meno di adesso, senza contare l’inflazione… “ “… Se è d’accordo, fra sei mesi potremo firmare il nuovo contratto”.

Se sono d’accordo? Ma che domanda è?

 

Ecco:

Il sugo della storia è che io so già che non andrò a votare: tanto, alla fine, le elezioni sono libere nel senso che sono liberi loro di fare il cazzo che preferiscono con i nostri voti.

E tanto più, in quanto i programmi dei partiti (anche nel caso in cui si ricordassero mai di metterli in pratica) sembrano talmente l’uno il cugino scemo dell’altro, che la gente finisce per votare qui o là perché non si fida dei comunisti, o gli sta sulle balle il romeno del piano di sopra, o ha paura di trovarsi con un bidone di plutonio sotto al culo e le scie chimiche sulla testa.

Se però un politico, uno solo, fosse capace di farmi un discorso lineare, sensato e onesto come quello del mio nuovo padrone di casa, forse (forse) lo voterei.

Facile, che poi dopo qualche mese me ne sarei già pentito, perché la politica si sa come funziona: in una pozza di liquame, gli stronzi galleggiano e le perle vanno a fondo.

Però, per lo meno, mi farebbe venire di nuovo la voglia di provarci, una sensazione dimenticata da tempo; un po’ come l’eco lontana di una rifioritura erotica.

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"Sad landscape", by Barbora Radova, 2005

Se mai un giorno – contro ogni ragione, evidenza logica e buon senso – dovessi essere chiamato a rendere conto dei miei peccati, ho fiducia nel fatto che potrò portare in detrazione tutti i novembre ai quali sarò stato costretto a sopravvivere fino a quel giorno.

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“Più so, più so di non sapere”, pare abbia detto Socrate… Io, invece, più faccio più scopro che c’è da fare.

Fino a quando me ne resto chiuso nel guscio della mia immobilità esistenziale sembra che tutto sia più o meno a posto, ma non appena provo a fare un passo avanti mi si scopre un orizzonte montagnoso, composto di una miriade di potenziali relazioni, responsabilità, insicurezze, incombenze, paure, tutte quante in attesa lungo la strada come briganti.

Peggio che Achille quando non riesce a superare la tartaruga:  io mi sento piuttosto come la tartaruga, con le mie gambine che riescono a mantenere il caos al di sotto del punto critico grazie soltanto ad una teoria sbagliata, che prima o poi un matematico sveglio manderà all’aria. A quel punto, alla povera tartaruga non resterà che ritirarsi un’altra volta nel guscio, sperando solo che il Pie’ Veloce inciampi e batta la testa.

Fino ad allora, con la benedizione di Zenone, cerco di continuare a zampettare.

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In questi giorni sto rovistando fra vecchie cose scritte tanto tempo fa, e ho pensato di fare copia e incolla di un vecchio racconto un po’ plumbeo, nel caso in cui ci fosse qualcuno abbastanza autolesionista da volersi massacrare le palle in questa uggiosa ultima domenica di febbraio…

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Proprio sul confine

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Il giorno che gli Ulani a cavallo passarono i confini e scannarono la gente di Tzarnt con le lance e i pugnali, Jubal il falegname era a tre giorni di cavallo da lì, fra il Mos e la Darnia, e quando tornò indietro non trovò più né la casa né la moglie, ma solo cenere, macerie e quei soldati dagli occhi sottili che gridavano come zibellini in gabbia.

Jubal drizzò la iurta dove un tempo c’era stata la legnaia, attaccò il cavallo dove un tempo c’era stato il recinto delle oche e aspettò i soldati che venissero ad ammazzarlo.

Ma gli Ulani passavano davanti alla sua tenda senza vederlo, trascinando gli stivali lerci nel fango del disgelo. E quando anche l’ultimo di loro fu inghiottito dall’orizzonte occidentale, quello di Jubal rimase l’unico fuoco acceso in tutta la Piana del Kirghjin.

Di giorno lui e il cavallo restavano fermi a guardare il sole che rotolava in lontananza sulle rive della Darnia, e la notte dormivano l’uno accanto all’altro, come un bosso e un’acacia, aspettando i sogni per raccontarseli il mattino dopo.

Una mattina Jubal si svegliò, vide il cavallo coricato su un fianco e capì che i sogni di quella notte se li sarebbe tenuti dentro fino al giorno del Giudizio. Pianse per lui e lo seppellì poco lontano perché non lo venissero i lupi a sbranare.

Passato qualche tempo, sulla tomba del cavallo crebbe un frassino. Era alto come il campanile di San Pietro, con la corteccia umida che luccicava al sole, e a Jubal venne in mente che fosse un dio sceso sulla terra per dare un significato nuovo alla sua vita. Jubal il falegname rimase tutto il giorno a guardarlo, poi, a sera, credette di capire, e gli parlò.

Si scusò con il faggio per tutti gli alberi che aveva abbattuto, per tutte le radici che aveva divelto e per tutti i rami che aveva schiantato, per tutti i tronchi scortecciati, per le assi piallate, i ceppi spaccati, le travi inchiodate e i trucioli arsi nella stufa. E da quel giorno cominciò la penitenza.

Non accendeva più fuochi, neppure con legna secca, e passava il tempo avviluppato in pelli di cervo come un Inuit in attesa della lunga notte.

Ma ancora non era soddisfatto. Prese a vagare fra le rovine di Tzarnt per raccogliere il legno, schegge mezzo marcite e mezzo bruciate, e per ciascuna scavava una buca ai piedi del frassino e la seppelliva; poi, durante la notte, cantava preghiere per la salvezza delle loro anime vegetali.

Jubal era impazzito. Ma il frassino, ad ogni nuova scheggia sepolta, cresceva di una spanna.

 

Al principio dell’estate gli Ulani furono costretti a rimangiarsi ad una ad una le miglia conquistate. Jubal vide i carri dei feriti trascinarsi esangui fra le buche, mentre nel bosco oltre la collina si udiva il clangore delle sciabole dei Cosacchi che inchiodavano i nemici al suolo tra le foglie di uva ursina.

Alla fine della battaglia, i vincitori ricomposero le fila e si schierarono diretti oltre confine, ad Aj, per andare a scannare la gente di là con le spade e i pugnali.

Quando anche l’ultimo di loro fu inghiottito dall’orizzonte orientale, più nessun fuoco ardeva in tutta la piana del Kirghjin, ma le litanie notturne che Jubal cantava alle reliquie degli alberi risuonavano fin dove arrivava lo sguardo, e forse anche più in là.

 

Il giorno che i Cosacchi giunsero ad Aj, Arjia era in cantina, e quando furono passati e lei uscì dal nascondiglio, non trovò più la casa né sua madre, ma solo i morti, la cenere e gli escrementi dei cavalli.

Si riparò sotto una tenda, accese un fuoco e si sedette ad aspettare. Di giorno lei e la sua bambola restavano fermi a guardare il sole che rotolava in lontananza sulle rive della Darnia, e la notte dormivano l’uno accanto all’altro, come un’erica e un fungo, aspettando i sogni per raccontarseli il mattino dopo.

Finché una notte la bambola cadde sulle braci, e quando Arjia si svegliò non ne restavano che gli occhi di vetro fra la cenere, pieni di quegli ultimi sogni che lei non avrebbe saputo mai.

Qualche tempo dopo, accanto alla tenda di Arjia, nacque una grande betulla argentata; a lei sembrò un segno del Cielo perché era bionda come la sua bambola.

A quella betulla chiese perdono per tutte le creature che aveva ucciso, per i topi presi in trappola, le lucertole mutilate della coda, i passeri invischiati, le mosche schiacciate, i pipistrelli schiantati al muro, i rospi trafitti e le formiche arse con un tizzo.

Smise di mangiare la carne seccata, e cominciò ad andare in giro tutto il giorno alla ricerca di insetti stecchiti da seppellire ai piedi della betulla. Poi, la sera, sedeva a gambe incrociate al centro del suo cimitero, e raccontava una storia a tutti i piccoli morti perché potessero fare bei sogni.

Arjia era impazzita. Ma la betulla, ad ogni nuova sepoltura, cresceva di una spanna.

 

Una mattina Jubal, guardando il cielo tingersi di rosa a levante, notò per la prima volta, lontano lontano, una grande piuma argentata.

Poteva essere un altro dio albero? chiese al frassino.

Il frassino si piegò leggermente verso est.

E Jubal si incamminò per la strada con gli occhi fissi sulla cima della betulla di Aj.

Lo stesso giorno Arjia, guardando ad occidente, verso Tzarnt, vide la cima di un albero, scuro e forte come la penna di un’astore.

Forse era una segno che là c’erano piccoli morti da seppellire? chiese alla betulla.

La betulla si inchinò leggermente verso ovest.

Così Arjia si mise in viaggio verso il confine, scalza e leggera come un alito di vento, per andare a vedere quell’albero miracoloso.

Camminò per tutto il giorno, finché a sera, in bilico sul profilo dell’orizzonte, vide un uomo che avanzava verso di lei. Era magro, vestito di pelli e sulla sua testa scarmigliata i capelli le parvero le fronde del frassino.

Anche Jubal vide Arjia, piccola e trasparente come un’effimera; attorno al suo capo una baruffa di capelli biondi luccicava come foglie di betulla.

Continuarono a camminare l’uno verso l’altra, e quando furono di fronte si riconobbero fra loro, impazziti custodi di anime neglette, mentre il sole affondava nel ventre della terra fiorita trascinandosi dietro un fondale purpureo e scoprendo ad una ad una ogni stella del cielo. Jubal tese una mano, e Arjia la strinse fra le sue.

All’alba del giorno dopo gli Ulani e i Cosacchi si riunirono in forze al di qua e al di là del confine per rovesciarsi gli uni contro gli altri con la furia delle rapide del Mos. Le colline ad ovest e i margini delle foreste a oriente erano copertii di uomini e cavalli, e il riverbero del sole sulle punte delle lance e sulle sciabole sguainate faceva luccicare quella moltitudine come un diadema di ametiste. Ma quando gli zoccoli tuonarono sulla crepe della Piana del Kirghjin e i due eserciti furono di fronte, all’improvviso si trovarono di mezzo quei due alberi con i rami intrecciati, alti fino al cielo, come emersi dalla terra in quell’istante.

I cavalli si impennarono, nitrirono e scalciarono, e i cavalieri disarcionati fuggirono a piedi abbandonando le armi sul terreno.

La cosa si riseppe, e la gente corse per vedere gli alberi miracolosi, ma non si trovò altro che un vecchio vestito di pelli e una ragazzina scalza. Erano abbracciati l’uno all’altra nel mezzo della Piana del Kirghjin – proprio sul confine – e i loro occhi spalancati parevano lo scrigno di tutto l’orrore del mondo.

*  *  *

Quando la guerra finì, i coloni che andarono a ricostruire Tzarnt trovarono uno splendido bosco di frassini dove una volta c’era la casa del falegname.

E ad Aj, per tutto l’autunno, si videro volare dappetutto farfalle bellissime dalle ali argentate che neppure i più vecchi ricordavano di avere mai visto prima.

 

(Saint Christophe, settembre 2001)

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Albert Camus (1913 - 1960)

“Perché bisognerebbe amare raramente per amare molto?”

 

 

 

 

 

Non so esattamente a cosa si riferisse Camus con questa frase, ma mi ha fornito uno spunto di riflessione.

Secondo alcune teorie, l’amore incondizionato (in senso generale) è l’unica forza che non crea squilibri energetici nell’universo, perché è l’unica energia realmente sintonica con l’universo stesso. Quindi, a cominciare dall’amore per sè, è l’unico sentimento che può dare origine a tutti gli altri valori.

L’amore presenta inoltre il privilegio di essere il solo vero atto di creazione volontaria e consapevole al quale la nostra specie ha accesso, e il vantaggio di essere la sola forma di energia emotiva in cui qualità e quantità non sono collegate da una proporzione inversa.

Il problema è che il confine tra l’amore ed altre cose simili, ma in realtà disequilibranti, è sottile. E’ sottile il confine tra l’amore eterodiretto e il desiderio di possedere o essere posseduti, ed è sottile il confine tra l’amore per sè stessi e l’arroganza, l’avidità, o – all’opposto – il sacrificio e l’autoannullamento.

Se scorre è amore. Se fa attrito da qualche parte, probabilmente è il caso di sedersi sotto un albero e farsi un paio di domande.

 

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Ci ho provato, giuro.

Ho letto i comunicati, ho guardato gli spot, ne ho discusso con quelle due-tre persone che conosco, ho anche cercato di autoconvincermi, ma davvero, mi spiace, non ci sono riuscito: la manifestazione di oggi – quella delle donne che rivendicano il diritto a non essere considerate solo carne da spot – continua a sembrarmi senza senso.

Se non ora, quando? Boh…

Non mi pare che il problema sia così recente né urgente. Angela Finocchiaro dice che il Paese sembra diventato “un brutto film degli anni cinquanta”, il che è come dire che la faccenda va avanti più o meno da quando la cinematografia italiana si è liberata dell’occupazione forzata del Duce, dai tempi delle tette di Sofia Loren e della chiappe della Lollobrigida (o viceversa). Compatibilmente con il contestuale senso del pudore, da quando ricordo io (parliamo più o meno di Canzonissima) le ballerine sono state sempre scosciate al massimo; non come oggi, in valore assoluto, ma all’epoca non si vedevano neppure i top-less sulle spiagge, e non bastava collegarsi ad internet per assistere gratis a qualsiasi forma di performance erotica.

La concessione in prestito d’uso di parti anatomiche come moneta di scambio, e non solo da parte delle donne, non è una novità dell’ultima ora, anzi, credo che dati da ben prima degli anni cinquanta, prima della televisione, dei fratelli Lumiere, della scoperta dell’America e dell’assasinio di Giulio Cesare. Le puttane non le ha inventate Berlusconi, insomma, anche se adesso le si chiama “escort” (forse in omaggio a Henry Ford, premiato fornitore di mezzi militari per casa Hitler, e del suo modello di automobile).

E allora? Dov’è tutta questa urgenza? E, soprattutto, che cosa si spera di ottenere? Che una scintilla di consapevolezza cali dal cielo sulla società, come una folgore divina, e che da domani vedremo (vedranno, perché io non guardo la televisione, non ne possiedo neppure una) le veline in tuta da ginnastica, con i bigodini in testa e senza un filo di trucco?

Le donne che contano sul proprio corpo per affermarsi (e non parlo dell’atletica, naturalmente…) non diminuiranno di una sola unità, dopo la manifestazione di oggi; scusate, ma non me la vedo proprio la ragazzina folgorata sulla via di Mediaset che cade in ginocchio e dice: “Che sciocca sono stata a voler fare la valletta, ora mi è chiaro che la mia missione nella vita è il Nobel per la chimica!”. Così come non diminuiranno i gonzi che si lasciano irretire da un paio di chiappe e scelgono l’auto da comprare o il programma da guardare in base a quelle.

Le donne intelligenti, dal canto loro, non aumenteranno, dopo la manifestazione di oggi, neppure loro, né aumenteranno gli uomini che già adesso (pochi, temo, ma qualcuno voglio sperare ci sia) scelgono una collaboratrice sulla base delle sue capacità e non per avere un grazioso soprammobile che gironzola per l’azienda o per il partito.

Il fatto è che, se ci si mobilita per ribadire a gran voce una cosa ovvia, si fa un po’ la figura degli ipocriti; se la cosa è ovvia solo da un certo grado di intelligenza in su, è anche inutile. Se poi lo si fa in un momento in cui c’è già un mucchio di carne al fuoco, si rischia di aggiungere fumo al fumo e di non vedere più se la carne è cruda, cotta o bruciata.

Ci ho provato, come ho detto: giuro. Ma non ci sono proprio riuscito.

Ciononostante, spero sinceramente di sbagliare, e auguro di cuore a tutte le persone che si mobiliteranno oggi nelle grandi città che il loro manifestare serva a qualcosa; e anche – anzi, soprattutto – che nessuno venga preso a randellate dagli sbirri, il che, di questi tempi, sarebbe già un successo da iscrivere a lettere d’oro nell’elenco striminzito di ciò che resta della democrazia in Italia.

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