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Archive for the ‘tolleranza zero (l’integralista in me)’ Category

Ci risiamo.

Dopo che la pioggia e la neve ci avevano protetto per mesi dall’obbrobrio, rincuorandoci con un vasto assortimento di stivali, stivaletti e dignitosi scarponcini, ora che le giornate si allungano, gli uccelli cantano e i ciliegi sono in fiore, ecco che le paperine rivedono la luce (o l’alluce, a seconda della prospettiva).

Partiamo con un po’ di nomenclatura.

Paperine, pl. f. (o “ballerine”): tipologia di calzatura femminile, caratterizzata dalla sorprendente capacità di tramutare il piede che la indossa in un’entità amorfa, priva di grazia, eleganza, fascino, raffinatezza, stile, personalità ed erotismo, una squallida appendice locomotoria pressoché indistinguibile da un salsicciotto alla piastra, o da una melanzana tagliata per il lungo.

Allo stato attuale, la paperinomania mostra periodi di remissione ed altri di riacutizzazione: come l’herpes, insomma, ma i danni sono di gran lunga superiori.

L’archetipo della paperina è rappresentato dal modello scollato, con elastico sul fianco (che riprende il raffinato design dei copriscarpe usati nelle sale chirurgiche), nei colori bianco, azzurro e rosa – che fanno tanto prima comunione – e magari un bel fiocco sul davanti: un classico che ha saputo ritagliarsi il proprio spazio nella storia delle brutture di ogni tempo.

Da questo modello base si sono evolute numerose varianti: ci sono naturalmente quelle nere, magari con cinturino alla caviglia o sul collo del piede, che richiamano le seducenti iconografie dei briganti aspromontini dell’ottocento, o la Mafalda di Quino. Ci sono quelle dorate, argentate, con brillantini, con fiorellini ricamati e altre porcherie del genere, che competono per la supremazia nel kitsch con le bocce di vetro in cui la neve cade sul Colosseo, e con i cagnolini che muovono la testa dalle cappelliere delle auto. Altre mostrano qualche pretesa di scarpa vera e propria, come quelle con addirittura un centimetro di tacco, che farebbero impazzire di invidia Nonna Papera e Clarabella.

Ma non confondiamoci: sono tutte della stessa pasta: paperine, e tanto basta (la rima è voluta, sarà lo slogan della campagna “Paperine? no, grazie”).

Per carità: la moda è la moda, e in democrazia ognuno è libero di andarsene in giro vestito come vuole (anche se – fosse per me – farei una legge che proibisce l’uso delle paperine dopo i dodici anni di età, fatta eccezione per le suore di clausura) e, se una donna ha serenamente rinunciato al desiderio di essere attraente, pace. Del resto, non ci sono forse uomini che se ne vanno in giro in calzoncini corti beige, canottiera, sandali e calzini bianchi, ciò che denota una coerente e completa abiura di ogni pretesa estetica? Ma il fatto è che costoro non trascorrono interi pomeriggi fra parrucchiere, boutique e solarium; non si torturano con la ceretta; non dilapidano patrimoni in trucchi e profumi, e non ingrassano i farmacisti in cambio di creme antirughe e intrugli anticellulite.

Perciò il mio sospetto è che, alla base del fenomeno paperinico, ci sia un qualche tipo di misunderstanding, un fraintendimento, un’allucinazione collettiva o una qualche patologia cerebrale contagiosa non ancora individuata. Altrimenti, come si spiega il fatto di dedicare così tanta cura alla prpria immagine, dalla punta dei capelli fino alle caviglie, per poi infilarsi ai piedi un paio di scarpe capaci di trasformare Cheryl Cole o Sasha Grey in un incrocio tra Heidi e la fidanzata di Braccio di Ferro?

Attenzione! Al fraintendimento concorre senz’altro l’opportunismo maschile (altra piaga sociale in crescita vertiginosa): quello che dice a parole un marito, un fidanzato, uno spasimante-scodinzoloso, un amico o qualunque altro individuo maschio interrogato in proposito, non deve assolutamente essere preso per buono.

Esempio: “Ciao, come mi stanno le mie nuove ballerine?” “Bene, bene… Belle. Uh-uh. Proprio.”

Ah ah! Se si potesse leggere il pensiero, la risposta sarebbe molto diversa: “Da schifo, come quelle vecchie”; “Da schifo, ma se te lo dico finisce che ti deprimi e non me la dai neanche oggi”; “Da schifo, come tutto il resto”; “Da schifo, ma se te lo dico mi tiri i coglioni tutta la sera, e io vorrei guardare la partita in santa pace”; “Da schifo, ma io me le faccio piacere per dimostrarti quanto ti amo”; “Da schifo, ma perché rovinarti la serata?”… ecc.

Quindi, mai fidarsi. Qualunque sia il motivo che induce a rispondere diversamente, la vera opinione è sempre e solo una: sono brutte. E se qualcuno vi dice il contrario, i casi sono due: o, mente, o è uno di quegli psicopatici che hanno fantasie sulle bambine prepuberi. L’unica altra possibilità, è che sia cieco. Non è questione di come stanno; e non è neppure questione di modelli o colori: sono brutte, punto. Come i brufoli: alcuni sono più repellenti di altri, ma un brufolo bello, a memoria d’uomo, non è mai esistito.

Se si riuscisse a distillare il fluido, l’aura che emana da una paperina, lo si potrebbe utilizzare per la terapia dell’ipertrofia prostatica come antagonista del testosterone. Senza scomodare Freud e le sue teorie sul simbolismo sessuale del piede, è abbastanza evidente che indossare una scarpa che ti trasforma in un personaggio dei fumetti per bambini equivale a proclamare ad alta voce al mondo la propria totale estraneità all’argomento erotismo (di peggio, esistono solo le pantofole con le orecchie da coniglio, ma per fortuna non è ancora esplosa una psicosi collettiva che spinge ad usarle fuori casa).

Per concludere, passando dalle parole ai fatti, sto preparando un volantino da distribuire a tutte le donne che incontro e che non hanno i piedi foderati di cattivo gusto, per incoraggiarle a proseguire sulla retta via (se qualche altro donchisciotte desidera seguirmi in questa crociata, appena pronto glielo spedisco, in formato .pdf, gratis).

Non è molto, lo so, ma se un giorno saremo finalmente liberi da questo inestetismo podale, mi piacerà pensare di avere avuto almeno una piccola parte nel migliorare il mondo che ci circonda.

Perciò voi, voi che leggete: ascoltate la mia voce! Aprite gli occhi! Guardate in faccia la realtà! Non importa quello che vi hanno fatto credere finora, ricollegate quelle parti di cervello che sono state bypassate da non so che cosa, e prendete coscienza della verità.

Le. Paperine. Fanno. Cacare.

Pier

PS: domenica scorsa ho avuto un segno della benevolenza divina verso la mia guerra santa: uscendo, ho visto davanti a casa una paperina azzurra, rapita e abbandonata, orfana della sorella e generosamente masticata da un gatto… Si vede che neppure i gatti – che di stile se ne intendono – sopportano quelle cose.

Grazie, ignoto felino: possano i demoni Leucemiavirale, Caninidicane e Ruotadicamion fuggire da te, e possa tu avere una vita lunga e felice. Amen.

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Steve Martin

“Credo che il sesso sia una delle cose più belle, naturali e complete che il denaro possa comprare.”

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Leggo della proposta di ripristinare la tassa sui cani bolzanini, che ha fatto subito incazzare tutti, animalisti in testa.

Vero è che l’animalista verace, come l’automobilista di Gioele Dix, è comunque sempre, costantemente, incazzato come una bestia (di solito ce l’ha a morte con i vegetali, ma anche con chiunque non condivida la sua visione zoocentrica del mondo),  e chi vive in questo Paese senza che il cervello gli sia ancora fuggito all’estero ha tutti i diritti di incazzarsi, e per qualunque giorno che dio manda in terra, tasse sui cani o meno.

Se fosse per me, invece di una tassa inutile, imporrei piutosto l’obbligo di un patentino a tutti gli aspiranti proprietari di animali. Il patentino non costerebbe nulla, ma per ottenerlo si dovrebbe dimostrare di avere un quoziente intellettivo superiore a quello di un vegetale (con buona pace dell’animalista incazzato) e non inferiore a quello dell’animale che si intende possedere. Facile? Forse per i pesci e le iguane; ma già con i criceti la vedo più dura. Per cani e gatti, poi, addio: scommetterei per un bocciato su tre.

A giudicare da quello che mi passa per l’ambulatorio, almeno.

Cani-michelin che mi guardano da dentro il loro involucro di ciccia come astronauti, signora, il suo cane è obeso, eh, ma è sterilizzata (già, dimenticavo che la carenza di estrogeni consente alle cagne la sintesi dei trigliceridi a partire da aria e luce) oppure, pasta, solo pasta, l’abbiamo abituato così da piccolo e adesso non mangia nient’altro! Bravo, gran bel lavoro. O anche: ma mangia solo crocchette. Si ma cazzo, quante, ne mangia? Ah, solo una volta al giorno.

Le orecchie di questo povero gatto sono completamente marce, perché non l’ha portato prima? Perché avevo paura che lei mi dicesse che era malato.

Cane con mieloma multiplo, un tumore che corrode le ossa. Ha un dolore infernale, si dovrebbe sentire subito uno specialista… “Ah ah (ride, il deficiente), sì, ho capito, è come le signore anziane, ha l’osteoporosi, da stasera gli do del calcio…” Farebbe bene a me, il calcio: se potessi dartelo nei coglioni.

Forse è il Natale incombente, ma perché invece di diventare più buoni diventano più stupidi? forse per il traffico, forse per la pubblicità… Boh.

D’altronde, Einstein pensava che la stupidità umana fosse infinita, e non si capisce perché la cosa non dovrebbe riguardare anche i proprietari di animali.

E sono stupido anch’io, evidentemente, che non riesco proprio a farci l’abitudine.

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Ma se…

… per distinguere un Papa in particolare lo si è definito “buono”, non viene da chiedersi che cosa pensare, secondo logica, di tutti gli altri?

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Non sappiamo se il fenomeno sia destinato a restare confinato alle maternità, ma un nuovo scoglio sembra ergersi sul tormentato cammino della Sanità italiana: quelli che litigano.
Prima non succedeva mai, ma adesso invece sì: a volte sono i ginecologi, altre volte le infermiere o le ostetriche, ma per un verso o per l’altro sembra che qualche dispettosa divinità make-love-not-war abbia fatto questa macumba, e ogni volta che in una sala parto si litiga, le cose vadano irrimediabilmente a puttane.
Così, quando qualche infelice topolino tribola nell’affacciarsi a questo mondo, i protocolli terapeutici e le buone pratiche mediche passano in secondo piano, mentre la prima domanda che ci si pone è: qualcuno stava litigando? Al diavolo gli esami del sangue, l’ecografia, la dilatazione cervicale, la presentazione, se il dottore era qui, o a farsi un caffè in fondo al corridoio. Sì, sì, poi ci pensiamo, ma prima di tutto dobbiamo sapere: c’era qualcuno che litigava? E non è sempre facile verificare con precisione: i testimoni non concordano, gli interessati nicchiano e si scambiano sorrisi fasulli, le voci si incrociano e le leggende fioriscono.
Cavoli: è un bel problema. E pensare che fino all’altro ieri, che negli ospedali non litigava mai nessuno, avevamo il tasso di mortalità perinatale più basso della galassia, a pari merito con quello dell’astronave Enterprise. Poi, dio sa perché, gli è venuta fuori questa mania di mettersi a litigare, e bum! guarda tu che patatrac; se va avanti così, entro un paio di mesi l’Homo Italicus dovrà essere messo sotto tutela dal WWF.
Pare sia già pronta una direttiva del Ministero della Sanità per attivare un corso di Diplomazia e Buone Maniere da introdurre nel piano di studio per i futuri medici, mentre la hit parade di Radio Vaticana registra, nella classifica dei vizi capitali, la risalita – dalla quarta alla seconda posizione – dell’Ira, che addirittura scalza dal podio la Lussuria. Sarebbe inoltre allo studio anche una riformulazione della nota citazione di Tagore in: “Ogni bimbo che nasce reca al mondo il messaggio che il ginecologo va d’amore e d’accordo con l’ostetrica”.
Certo è che, se la maledizione dovesse estendersi, le conseguenze potrebbero essere catastrofiche: a parte le prevedibili morie in tutti gli altri reparti ospedalieri, ci sarebbero stragi di impiegati e operai durante ogni consiglio di amministrazione, ecatombi di fedeli ad ogni disputa teologica, famiglie intere spazzate vie da un fagiolo messo dal nonno nel posto sbagliato durante la tombola di Natale.
Quindi, speriamo che la divinità dispettosa tolga il maleficio quanto prima; dalle sale parto innanzitutto, ma anche, se possibile, dal Parlamento, dove già alligna, e dove, ahimè! i Novecento Litigiosi hanno ridotto in coma la vecchia neonata di cui dovrebbero prendersi cura: la democrazia italiana. Però finalmente abbiamo capito: non è che la poverina stia appesa ad un filo perché la maggior parte dei parlamentari sono un branco di fantocci fancazzisti schiacciabottoni messi lì dal caporione di turno sulla base di una legge elettorale sub-birmana, no; e neanche perché la maggior parte di loro ha la cultura di un ragazzino di terza media e la coscienza più pelosa del culo di un bruco, no: è tutto lì il problema, è solo perché litigano sempre. Scemi noi, a non capirlo prima.

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Dopo le polemiche sull’esclusione dalle miss nazionali della concorrente Alessia Mancini sospettata di essere un ex mister, è stato deciso di istituire un concorso di bellezza per soli trans, che si svolgerà in parallelo a quello tradizionale di “Miss Italia”, e che si chiamerà “Mi si taglia”.

Francesca Testasecca, la nuova Miss Italia, “ in futuro vorrebbe fare l’assistente di volo. Tra i suoi sogni c’è quello di diventare un’attrice. La nuova Miss Italia legge di solito libri d’amore, è credente, va a messa e non si interessa di politica.” Ma “Testasecca” è il cognome o il soprannome?

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